Fiori E Piante Non Servono

Ho un amico che abita lontano.

Ci conosciamo da quando eravamo ragazzini.

Io vivo di parole, lui di immagini. Viaggia per lavoro, cambia spesso residenza e ci scriviamo lunghe lettere la cui natura, nel corso degli anni, si è trasformata assieme a noi. Prima cercavano di essere – le mie almeno –  criptiche e vaghe, un timido tentativo di esulare dalla realtà che a tratti forse, in modo ingenuo, ci andava stretta. Adesso si sono fatte più terrene, mi sembra, e la realtà è fin troppo estesa e inafferrabile. Entrambi cerchiamo una maggiore definizione, una rassicurante precisione nel descrivere quello che facciamo nel poco tempo che abbiamo a disposizione. Di solito esordisco dicendo che da dirgli, di nuovo, non ho molto, poi però mi dilungo a raccontare: delle giornate ben scandite e in apparenza tutte uguali, delle abitudini, degli entusiasmi più recenti, delle vocazioni, delle pressioni esterne e delle ispirazioni, cioè delle correnti interne. Non mi sono mai spostata da dove sono nata e lavoro solitaria, concentrata ad attribuire un ordine rigoroso al mio spazio famigliare, fisico ma soprattutto mentale.

Il mio amico di spazi famigliari ne ha molti, come ogni esploratore, e i suoi progetti lo portano a frequentare un gran numero di posti e di persone: «A volte ho l’impressione che gli altri stiano costruendo delle case (dove una casa lo è in un senso molto ampio, in spagnolo userei la parola hogar, che vuol dire casa ma che in origine era la zona intorno al focolaio, quello spazio che il calore raccoglie intorno a sé), mentre noi ci affaccendiamo a montare e smontare qualcosa di più portatile e, almeno apparentemente, più fragile. Poi invece penso che forse sono dei bivacchi, dei lumini in mezzo a una foresta, e se anche ‪domattina si continuerà a camminare, rimarrà qualche tipo di traccia alla quale sarà possibile tornare per accendere un altro fuoco. Una specie di rete fatta di braci pronte a essere accese. Spesso ci si siedono accanto altri viaggiatori, e sono notti indimenticabili».

Io credo che certe fotografie siano braci anch’esse, e a guardarle insieme dall’alto ci si accorge che il filo che le lega forma un disegno ed è un filo resistente, lungo anni e città diverse. Non hanno bisogno di didascalie. Il vuoto che inquadrano è prezioso perché non ci si sforza di riempirlo: il solo atto di catturarlo gli attribuisce un senso.

È una malinconia sobria e del tutto priva di retorica che sa elevarsi a punto di forza; una malinconia vivida, che rifugge dal suo etimo e non possiede nulla di nero, rischiarata da una luce diurna radente, priva di finzioni: si mostra per quello che è e non nasconde niente. Ha a che fare con la Storia e con la memoria, ed è solenne. Si nutre delle tracce che tutti noi, viandanti e no, lasciamo indietro giorno dopo giorno senza accorgercene nemmeno. Ogni agglomerato urbano ne è pieno. Per coglierle ci vuole un occhio estraneo ma partecipe, un antropologo dei resti guidato dalla consapevolezza che la nostra umanità è fatta anche di quello che non c’è più o non si vede, di oggetti abbandonati e cose minime, di passi stanchi, di noia, pause e vane attese.

Si tratta di riconoscere una dignità agli angoli più sbiaditi attraversati distrattamente nel quotidiano, intuendo un potenziale narrativo, prima ancora che estetico, nell’inosservato, o in quello che si è osservato mille volte e presto dimenticato. Perché nulla vada perso davvero, perché il fuoco continui a covare.

Ho un amico che abita lontano.

Ci conosciamo da quando eravamo ragazzini.

Io vivo di parole, lui di immagini. Viaggia per lavoro, cambia spesso residenza e ci scriviamo lunghe lettere la cui natura, nel corso degli anni, si è trasformata assieme a noi. Prima cercavano di essere – le mie almeno –  criptiche e vaghe, un timido tentativo di esulare dalla realtà che a tratti forse, in modo ingenuo, ci andava stretta. Adesso si sono fatte più terrene, mi sembra, e la realtà è fin troppo estesa e inafferrabile. Entrambi cerchiamo una maggiore definizione, una rassicurante precisione nel descrivere quello che facciamo nel poco tempo che abbiamo a disposizione. Di solito esordisco dicendo che da dirgli, di nuovo, non ho molto, poi però mi dilungo a raccontare: delle giornate ben scandite e in apparenza tutte uguali, delle abitudini, degli entusiasmi più recenti, delle vocazioni, delle pressioni esterne e delle ispirazioni, cioè delle correnti interne. Non mi sono mai spostata da dove sono nata e lavoro solitaria, concentrata ad attribuire un ordine rigoroso al mio spazio famigliare, fisico ma soprattutto mentale.

Il mio amico di spazi famigliari ne ha molti, come ogni esploratore, e i suoi progetti lo portano a frequentare un gran numero di posti e di persone: «A volte ho l’impressione che gli altri stiano costruendo delle case (dove una casa lo è in un senso molto ampio, in spagnolo userei la parola hogar, che vuol dire casa ma che in origine era la zona intorno al focolaio, quello spazio che il calore raccoglie intorno a sé), mentre noi ci affaccendiamo a montare e smontare qualcosa di più portatile e, almeno apparentemente, più fragile. Poi invece penso che forse sono dei bivacchi, dei lumini in mezzo a una foresta, e se anche ‪domattina si continuerà a camminare, rimarrà qualche tipo di traccia alla quale sarà possibile tornare per accendere un altro fuoco. Una specie di rete fatta di braci pronte a essere accese. Spesso ci si siedono accanto altri viaggiatori, e sono notti indimenticabili».

Io credo che certe fotografie siano braci anch’esse, e a guardarle insieme dall’alto ci si accorge che il filo che le lega forma un disegno ed è un filo resistente, lungo anni e città diverse. Non hanno bisogno di didascalie. Il vuoto che inquadrano è prezioso perché non ci si sforza di riempirlo: il solo atto di catturarlo gli attribuisce un senso.

È una malinconia sobria e del tutto priva di retorica che sa elevarsi a punto di forza; una malinconia vivida, che rifugge dal suo etimo e non possiede nulla di nero, rischiarata da una luce diurna radente, priva di finzioni: si mostra per quello che è e non nasconde niente. Ha a che fare con la Storia e con la memoria, ed è solenne. Si nutre delle tracce che tutti noi, viandanti e no, lasciamo indietro giorno dopo giorno senza accorgercene nemmeno. Ogni agglomerato urbano ne è pieno. Per coglierle ci vuole un occhio estraneo ma partecipe, un antropologo dei resti guidato dalla consapevolezza che la nostra umanità è fatta anche di quello che non c’è più o non si vede, di oggetti abbandonati e cose minime, di passi stanchi, di noia, pause e vane attese.

Si tratta di riconoscere una dignità agli angoli più sbiaditi attraversati distrattamente nel quotidiano, intuendo un potenziale narrativo, prima ancora che estetico, nell’inosservato, o in quello che si è osservato mille volte e presto dimenticato. Perché nulla vada perso davvero, perché il fuoco continui a covare.

Federico Clavarino

Federico Clavarino
1987, Italia

Dopo aver frequentato un Master in Letteratura e Scrittura creativa presso la Scuola Holden di Alessandro Baricco, nel 2007 Federico Clavarino si è trasferito a Madrid dove ha iniziato a studiare fotografia presso Blank Paper Escuela con Fosi Vegue.

Due anni dopo stava già lavorando ai suoi progetti fotografici. Nel 2010 ha pubblicato il suo primo saggio breve, La Vertigine.

Il suo primo libro, Ukraina Pasport, è uscito l’anno seguente, ricevendo l’onorevole menzione di PhotoEspaña come miglior libro del 2011.

Nello stesso periodo ha iniziato a lavorare come professore alla Blank Paper Escuela, dove ha insegnato fino al 2017.

Nel 2012 è stato selezionato per Pla(t)form, al Winterthur Fotomuseum.

Nel settembre del 2014 l’editore londinese Akina Books ha pubblicato il suo secondo libro, Italia o Italia. Il progetto ha ricevuto buone recensioni da molti critici e le fotografie sono state esposte nel 2015 al Festival Internazionale di Fotografia di Roma.

Nell’aprile del 2016 la casa editrice fotografica Dalpine ha pubblicato il suo terzo libro, The Castle, che è stato esposto nell’ambito del programma ufficiale di vari festival (PhotoEspaña nel 2016, Les Rencontres d’Arles nel 2017) e nelle gallerie (Viasaterna a Milano, Temple a Parigi, Espace JB a Ginevra) in giro per l’Europa.

Un altro dei suoi progetti attuali, Hereafter, ha ricevuto il finanziamento de La Caixa Foundation Fotopres nel 2014.

Nel 2017 il lavoro è stato esposto al CaixaForum di Barcellona e Madrid e a marzo 2019 è stato pubblicato da Skinnerboox.

È rappresentato da Viasanterna di Milano dal 2016.

Attualmente insegna e tiene conferenze a livello internazionale, in collaborazione con musei (MACRO a Roma, CCCB a Barcellona, Museo San Telmo a San Sebastian), scuole (ISSP in Lettonia, D.O.O.R. e Officine Fotografiche a Roma) e università (Università di Leeds, Universidad de Navarra).

Federico Clavarino
1984, Italy

After attending a Master Course in literature and creative writing at Alessandro Baricco’s Scuola Holden, in 2007 Federico Clavarino moved to Madrid where he started studying photography at Blank Paper Escuela with Fosi Vegue. Two years later he was already working on his photography projects, and in 2010 he published his first
short essay, La Vertigine. His first book, Ukraina Pasport, came out the following year, receiving the PhotoEspaña Honourable Mention as best book of 2011. At the same time he began working as a teacher at Blank Paper Escuela, where he taught until 2017. In 2012 he was selected for Pla(t)form, at Winterthur Fotomuseum. In September
2014 the London- based publisher Akina Books brought out his second book, Italia o Italia. The work received good reviews from a number of critics and the photographs were exhibited in 2015 at the International Photography Festival of Rome. In April 2016 Dalpine published his third book, The Castle, which was exhibited within the official programme of various festivals (PhotoEspaña in 2016, Les Rencontres d’Arles in 2017) and in galleries (Viasaterna in Milan, Temple in Paris, Espace JB in Geneva) around Europe. Another of his current projects, Hereafter, received the La Caixa Foundation
Fotopres grant in 2014. The work was exhibited at CaixaForum in Barcelona and Madrid in 2017 and was published by Skinnerboox in March 2019. Since 2016 he is represented by Viasaterna in Milan. He currently teaches and lectures internationally, collaborating with museums (MACRO in Rome, CCCB in Barcelona, Museo San Telmo
in San Sebastian), schools (ISSP in Latvia, D.O.O.R. and Ofcine Fotografche in Rome) and universities (Leeds University, Universidad de Navarra).

Fiori E PianteNon Servono


Federico Clavarino