Lo spazio intorno a noi, i luoghi che abitiamo e percorriamo con il nostro corpo, gli esseri umani con i quali interagiamo, gli eventi, gli oggetti, le cose.
Tutto è relazione nella presunta realtà che caratterizza la nostra esistenza, tutto si articola in una sorta di perenne conflitto in cui la connessione tra soggetto e oggetto (nonché tra individuo e mondo) è tanto più ambigua quanto più apparentemente vera.
Il meccanismo della conoscenza, ovvero di quella particolare proprietà che nel genere umano determina il concetto più ampio e complesso, quanto pericolosamente scivoloso, di cultura, è dunque allo stesso tempo un aspetto concreto della nostra vita e un elemento di indeterminatezza che è strettamente connesso alla questione della percezione e dell’estetica.
Cosa vediamo di ciò che ci circonda? Cosa è la realtà? Cosa percepiamo veramente? E perché alcune cose ci interessano più di altre? A queste domande non è semplice dare risposte. Ciò che è possibile affermare è che il processo di conoscenza passa attraverso quesiti che non fanno altro che determinare nuove perturbanti domande, in un percorso infinito che non porta alla verità assoluta e che si manifesta come un divenire pluridirezionale e orizzontale piuttosto che come una costruzione verticale di certezze ineludibili.

La conoscenza rappresenta, quindi, un problema e non una soluzione, e questo problema non può che essere accostato alla questione della coscienza soggettiva. L’individuo che si relaziona con il presunto reale effettua un atto psichico molto fragile la cui unica sicurezza è determinata dal sentimento che si genera nell’esperienza della percezione, ovvero il principio archetipico dell’estetica.

The space around us, the places we physically live and experience, the human beings with whom we interact, events, objects, things.

Everything is connected in this presumed reality that defines our existence. Everything merges into a sort of never-ending conflict in which the nexus between subject and object (as well as between the individual and the world) gets more ambiguous as much as it gets seemingly real.

The mechanism of consciousness, where consciousness is interpreted as knowledge, or rather the mechanism of that particular characteristic, which in mankind determines the broader and more complex, as well as dangerously slippery, concept of culture, is therefore at the same time a concrete aspect of our lives and an element of uncertainty which is closely connected to the matter of perception and aesthetics.

What do we really see around us? What is reality? What do we really perceive? And why do some things interest us more than other? These are not easy questions to answer. We can affirm that the process of consciousness passes through questions that cause other perturbing questions, in an endless path that does not lead to absolute truth and which manifests itself as a multidirectional and horizontal becoming rather than a vertical construction of unavoidable certainties.

Consciousness is therefore a problem and not a solution, and this problem can only be associated with the mater of subjective conscience. The individual who relates to this presumed reality commits a very fragile psychic act whose only certainty is determined by the feeling that is generated during the experience of perception. In other words, the archetypal principle of aesthetics.

Basically, conscience and consciousness are inextricably linked, intertwined in each other and deeply related to the aesthetic process: the act of artistic manufacture.

The creative aspect of photography is indefinably articulated between conscience and consciousness as well, within that sort of black hole that lies between the desire to control the real, typical of the human race, and the frustration towards the impossibility of understanding the world.

The 2019 10X10 Festival will try to solve this perhaps unsolvable enigma, reflecting on the dimension of an artistic branch that sways fearfully between sterile cloning of reality and imagination, between documentation and visual ideas, between the desire for narrative rationality and figurative-visionary deviation. All this by being aware that photography is a complicated and arduous technological visual art because of the nature of its final product: the image. In fact, this element uses the signs of reality to describe it, which is an extremely dangerous factor that places the photographic object in a non-existent space, since the content and the sign of the image always lack each other, escape the dimension of the absolute and surrender to a directionless becoming which ends up wrapping in itself for eternity.

In sostanza, coscienza e conoscenza risultano, indissolubilmente collegate, intrecciate una nell’altra e sono a loro volta profondamente correlate al procedimento estetico per eccellenza: l’atto di fabbricazione artistica.
Anche la pratica creativa della fotografia si articola in maniera indefinibile tra coscienza e conoscenza, all’interno di quella sorta di buco nero che si trova tra desiderio di controllare il reale, tipico del genere umano, e frustrazione nei riguardi dell’impossibilità di comprensione del mondo.
Il Festival 10X10 del 2019 cercherà di indagare questo enigma, forse irrisolvibile, di riflettere sulla dimensione di una disciplina artistica che ondeggia paurosamente tra clonazione sterile della realtà e immaginazione, tra documentazione e invenzione visuale, tra desiderio di razionalità narrativa e deriva figurativo-visionaria. Il tutto nella consapevolezza che la fotografia è un’arte visiva tecnologica complicata e impervia proprio per la natura del suo prodotto finale: l’immagine. Tale elemento usa, infatti, i segni della realtà per raccontare la realtà, fattore quest’ultimo estremamente rischioso che pone l’oggetto fotografia in uno spazio inesistente, poiché il contenuto e il segno di un’immagine fotografica mancano sempre a loro stessi, sfuggono alla dimensione dell’assoluto e seguono il flusso di un divenire senza direzione che finisce per avvolgersi su se stesso all’infinito.